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C.M. card. Martini, Le unità pastorali (omelia nella messa crismale del 1994) |
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Questa omelia è la continuazione di quella che ho tenuto nel Giovedì santo del 1991: La fede di Abramo e la parsimonia di Giuseppe. In concreto, vorrei approfondire il tema della parsimonia di Giuseppe chiedendoci: che cosa fare nel tempo delle "vacche magre"? quali sono le lezioni spirituali e storico-salvifiche che il Signore ci vuol dare attraverso tale prova? PREMESSA: LA SITUAZIONE DELLA CHIESA PRIMITIVA Comincio con una riflessione sulla Chiesa primitiva a partire dalla domanda: la Chiesa primitiva ha sofferto per carenza di personale dedicato esclusivamente al ministero? … Ho fatto questa premessa per sottolineare che se noi siamo ora di fronte a una sofferta carenza di clero - e dobbiamo prevedere che essa andrà crescendo in maniera preoccupante almeno per i prossimi anni -, occorre che ci riportiamo agli atteggiamenti della Chiesa primitiva e a imitarla sia nella fiducia nella Provvidenza, che suscita sempre collaboratori adatti per il ministero, sia nell'ingegnosità e nell' apertura a tutte quelle soluzioni che una riflessione ragionevole ci ispira. In questo ci guida e ci sostiene la certezza che il Signore, attraverso tali difficoltà, vuole dirci qualcosa, vuole farci scoprire nuovi carismi presenti nella nostra Chiesa, tra i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose, i consacrati, i laici uomini e donne, di ogni età e di ogni condizione. Tutta una ricchezza e varietà di carismi e ministeri, a cui avrebbe dovuto condurci già un' adeguata coscienza della missione della Chiesa e della grazia battesimale, ci viene fatta scoprire provvidenzialmente da una carenza dolorosa e talora pungente, da un tempo di "vacche magre" che ci stimola ad aprire gli occhi, a domandarci: come il Signore ci sta guidando, aiutando, sostenendo in questo momento affinché il Vangelo sia annunziato a tutti, senza eccezione, e affinché la messe riceva gli operai di cui ha bisogno? che cosa dobbiamo fare, dopo aver pregato il padrone della messe (cf Mt 9)8), per riconoscere e valorizzare adeguatamente quegli operai che il Signore non cessa di far sorgere dal suo popolo? UNA PROSPETTIVA CONCRETA PER IL FUTURO Di quanto ho espresso, vorrei suggerire un' applicazione concreta, che riguarda le unità pastorali. In proposito è importante definire che cosa sono, considerarne la necessità e le ragioni, le molteplici forme, l'utilità che ne speriamo, le difficoltà che attendiamo e i passi da compiere. In questa linea si svolgerà la mia riflessione, anche se non voglio entrare nei dettagli dal momento che siamo in ascolto sinodale ed è quindi opportuno aspettare le sollecitazioni che verranno dal Sinodo e che stanno apparendo in parte nei documenti finora discussi. Ho infatti l'impressione che la Diocesi in Sinodo cominci realmente ad accorgersi che sono necessari nuovi passi e che si aprono nuovi orizzonti e nuove forme di impegno pastorale. Che cosa si intende per unità pastorale? La formula è ancora un po' vaga nella letteratura pastorale odierna, ma provvisoriamente possiamo rispondere: chiamiamo unità pastorale una collaborazione pastorale organica tra parrocchie vicine, collaborazione promossa, configurata e riconosciuta istituzionalmente. In un recente Convegno è stato affermato che quello delle unità pastorali "è un argomento chiave per i prossimi anni nelle Chiese italiane" e che "se non vogliamo trovarci sbancati, o peggio, schiacciati, è da saggi prevedere e muoversi a preparare il futuro (...) Se vogliamo essere fedeli al mandato del Signore di pascere il suo gregge, il futuro bisogna prepararlo" (Unità pastorali: verso un modello di parrocchia? Introduzione di Gaetano Bonicelli, 5). Quali sono le ragioni dell' attualità di questo tema, non solo nella Chiesa italiana, ma pure in molte Chiese europee? La ragione contingente è una mutata proporzione del rapporto numerico tra i presbiteri e il popolo di Dio, che chiama a un serio esame della figura del prete in parrocchia. Però la ragione più profonda è la riscoperta di una responsabilità collettiva per la cura pastorale, che spinge a una pastorale di insieme o pastorale organica, da attuarsi mediante una ordinata collaborazione di presbiteri e di laici per un determinato territorio. … Quali vantaggi ci attendiamo da tale nuova impostazione e quali difficoltà sono da prevedere? * L'esperienza dell'unità pastorale intende anzitutto favorire la comunione e lo scambio di conoscenza e di aiuto tra i presbiteri, i diaconi, i consacrati, i laici, e tra le varie parrocchie. Essa mira a realizzare una freschezza nuova tra i pastori e la facilità al confronto tra tutti coloro che si dedicano alla cura d'anime. * Un altro frutto importante è la valorizzazione dei laici che vengono stimolati ad assumere responsabilità nelle loro parrocchie, in quegli aspetti della vita di comunità che non possono essere più affidati unicamente ai preti. I laici vivranno così la loro caratteristica di popolo sacerdotale, fortemente richiamata da due testi biblici, uno dell' Antico e uno del Nuovo Testamento: "Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti" (Is 61,6); e l'evangelista Giovanni esalta Colui che "ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre" (Ap 1,6). L'attuazione delle unità pastorali significa quindi dichiarare anche l'importanza delle vocazioni nella Chiesa e dei diversi carismi che in essa possono fiorire. In maniera speciale ci porta a collocare con chiarezza e in una situazione di responsabilità le forme della vita consacrata femminile, che si dedicano a tempo pieno alla pastorale. Mette inoltre in luce la vocazione dei diaconi permanenti, con l'attrattiva del realismo umano e pastorale che nasce dalla ordinarietà di vita di cui il diacono permanente fa esperienza. * Naturalmente dobbiamo tenere conto della resistenza da parte della gente e di non pochi presbiteri, a convincersi che la diminuzione del numero dei sacerdoti comporta il cambiamento di alcune strategie pastorali. Altrimenti il presbitero finisce con 1'assumersi un carico di impegni tale da pagare lo scotto sul versante della serenità pastorale, della qualità dei riti, della profondità dell'insegnamento e della testimonianza della carità. Con la gente bisognerà insistere su ciò che ho sopra affermato: non si tratta di aver meno cura pastorale, bensì di averne di meglio organizzata e condotta. E quali sono gli atteggiamenti da suscitare per favorire un progetto di questo tipo a medio e a lungo termine, in modo da camminare nella nuova direzione? Occorre cominciare dal decanato esso, nella sua preziosa e ineludibile realizzazione, ci ricorda anzitutto come il lavoro spirituale fondamentale, richiesto oggi a presbiteri e laici, è di imparare a lavorare insieme. Si tratta di una scelta che richiede conversione personale, ascesi, vera carità. E il decanato consente di vivere tale scelta e di farne avvertire ai fedeli il valore e il frutto. A partire da una comunione decanale vissuta, sarà possibile individuare anche i casi di più stretta collaborazione interparrocchiale, che diventeranno poi oggetto di espliciti provvedimenti istituzionali. … Da parte della Diocesi, infine, occorre continuare la sperimentazione avendo presente che su ogni singolo caso in cui ci muoviamo, bisogna realizzare un progetto secondo le quattro semplici tappe: valutare, progettare, agire, verificare.
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