| LA SITUAZIONE |
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In questi due anni qualcosa si è mosso ma, spesso, sembra che la situazione avanzi più perché “imposta” che non perché scelta e progettata insieme. Il rischio è di non recepire l’invito che ormai da una ventina d’anni l’arcivescovo (sia il card. Martini che il card. Tettamanzi) ci presenta: leggere la diminuzione numerica dei preti (soprattutto giovani e disposti a fare la pastorale giovanile) non come un bisogno a cui andare incontro, ma come un’indicazione dello Spirito per un rinnovamento della Pastorale. Non è facile uscire dalla “logica del campanile” per vivere in quella del “camminare insieme”. Il problema diviene evidente a mano a mano che si sale con l’età. Mentre non c’è alcun problema nel gestire delle attività con i piccoli delle elementari o delle medie e diventa possibile far lavorare insieme gli adolescenti, è molto difficoltoso liberare i giovani e gli adulti dalle tante pre-comprensioni che diventano ostacolo allo stare insieme. Il lavorare insieme non è visto come uno dei modi di essere “Chiesa oggi” ma è visto come un peso che non permette di “fare quello che vogliamo”. Spesso si sente la mancanza di fiducia reciproca e talvolta questa diffidenza è alimentata dalla motivazione della presenza in parrocchia: più ludico - dirigenziale che impegnata in una comune crescita nella fede. A mio parere occorrerebbe riflettere un po’ su cosa vuol dire celebrare l’Eucaristia ed essere Chiesa che nasce dal dono di Gesù. Se non sono “parole al vento” quelle che diciamo ogni volta che ripetiamo il “Padre nostro” o celebriamo l’Eucaristia, il cammino comune dovrebbe avere la ricchezza dell’ascoltare e discutere con altri fratelli nella fede. Così diventa possibile affrontare il cammino verso la santità ed essere meglio presenti nel territorio che ci è affidato. Se, in questi anni, fossero nate questioni circa la fede certo la cosa sarebbe rispettabile e da prender in considerazione. Spesso, invece, ci perdiamo in questioni di parte o di prestigio che hanno a che fare con questioni marginali, rischiamo così di non accogliere il monito di Gesù nell’ultima cena (Cfr. Gv 13,12-20) e di orientare il nostro agire secondo la logica delle egemonie da difendere. Il mito della presunta “prevaricazione” di San Martino sul resto del mondo, a volte diventa l’unico motivo di rifiuto al lavorare insieme, in nome di un “si è sempre fatto così”, che diventa il pretesto per mettersi in disparte. Certo ci vorrà tempo per cancellare il campanilismo, fomentato sino a qualche anno fa, ma penso che, storicamente e soprattutto dal punto di visto della fede, il continuare in questa via ci ponga al di fuori del tempo. Nell’era del villaggio globale non è possibile pensare una Chiesa Cristiana Cattolica che per sua vocazione è universale fatta di parrocchie autocefale barricate entro i propri confini. È necessario aprire gli orizzonti al grande respiro della Chiesa per salvarci dal pericolo di una chiesa a nostra immagine e somiglianza, che non è la chiesa del Dio di Gesù Cristo. Avviare intense collaborazioni con comunità di altri continenti è importante, ma il significato di questa apertura finirebbe per diventare incomprensibile se ignorassimo i nostri vicini di casa. Il pensiero dell’essere “in concorrenza con” gli altri se è stato cavalcato negli scorsi anni per indurre le comunità cristiane a camminare va oggi sostituito da un più cristiano cammino in cui cresce la collaborazione. Se consideriamo come, pian piano, la gente diminuisce e perde i contatti con le nostre comunità dobbiamo chiederci se “è onesto”e cristiano trattenere qualcuno offrendo qualcosa di più facile o accondiscendente della “concorrenza”. Abbiamo discusso per anni di progetti educativi ma le nostre comunità hanno un progetto educativo? Oggi il presente è complesso e difficile da interpretare un progetto eviterebbe alle comunità di vagare senza meta e tirare a campare gestendo il presente: “come si è sempre fatto” Certo c’è il problema di un laicato che deve crescere ma se non vengono lasciati spazi concreti in cui ciascuno possa esprimere se stesso una vera crescita non ci sarà. “È vero che chi fa da se fa per tre?” Lavorare insieme è condividere i pesi ma è anche allargare l’orizzonte del nostro pensare e del nostro agire …bisogna avere il coraggio per fidarsi e provare a camminare insieme. Gesù è venuto a portare una “comunione” sulla terra: con lui, con il Padre, tra noi. La comunione vera chiede di mettere in gioco la nostra vita, proviamo a vendere le certezze comode che abbiamo per seguirlo in ciò che sta disegnando per noi in questi tempi.
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