| Da: VERSO UNA NUOVA STRATEGIA PASTORALE PER LA CHIESA AMBROSIANA , Vicari Episcopali di Zona |
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(13 aprile 2006 - Giovedì santo)
1. L’urgenza e la necessità di una strategia pastorale nuova Lo slancio missionario a cui la nostra Diocesi e in particolare le nostre parrocchie sono chiamate in questo momento storico della Chiesa ambrosiana sottolinea «l’urgenza e la necessità di una strategia pastorale nuova» (Mi sarete testimoni, n. 35) che richiede, oltre a un lavoro di educazione a una rinnovata coscienza missionaria, «l’impegno – sostenuto dalla fantasia e dall’audacia di cui lo Spirito Santo non priva mai la sua Chiesa – di trovare strade nuove, di tentare iniziative inedite, di mettere in atto sperimentazioni studiate e realizzate nel segno della saggezza, della comunione e del coraggio» (Mi sarete testimoni, n. 37). …
2. Il rinnovamento dell’esercizio della cura pastorale
L’impegno per una decisa scelta missionaria si esprime nei più svariati ambiti e su diversi fronti: basti accennare alle molteplici e puntuali attenzioni proposte a tutta la nostra Chiesa nel percorso pastorale triennale 2003-2006 affinché la fede sia professata-celebrata-vissuta o alla sperimentazione in corso circa l’iniziazione cristiana. …
In queste riflessioni si prende quindi in considerazione solo il possibile rinnovamento della cura e dell’articolazione pastorale, ma con la consapevolezza di non dover astrarre questo aspetto dal più complessivo impegno di “rigenerazione” che investe in questi anni la Chiesa ambrosiana.
La sfida che ci è posta davanti è quella di intrecciare in una sintesi nuova e convincente alcuni fattori: * un rinnovato e autentico slancio missionario in un mondo che cambia; * una pastorale d’insieme che investa in maniera adeguata e articolata tutti i diversi livelli della cura pastorale (zonale, decanale, cittadino, per aree omogenee, ecc.); * una crescita armonica e promettente di “nuove ministerialità” viste non come supplenza alla carenza di sacerdoti, ma anzitutto come possibilità di sviluppare attenzioni pastorali nuove e come stimolo per l’incremento di una ministerialità articolata e diffusa; * una figura del presbitero più missionaria, più libera da schemi tradizionali di esercizio del ministero e più disponibile a una pastorale d’insieme; * un presbiterio più fraterno, con forme concrete di vita condivisa, all’interno di una più intensa comunione con coloro che in diversa misura hanno il carico della cura pastorale di una comunità e vi partecipano con il loro specifico contributo.
Oltre che una sfida, il collegamento vicendevole tra questi fattori è in realtà l’unica possibilità per una loro realizzazione: non può esserci, ad esempio, un rinnovato sforzo missionario con una figura di presbitero modellata su schemi tradizionali e, a sua volta, non può sostenersi un’immagine di presbitero più missionaria – e quindi meno identificabile in determinati ruoli conosciuti e consolidati e meno legata dal riferimento anche “affettivo” a una comunità – senza l’aiuto di un contesto autenticamente fraterno e comunionale. O ancora, non può realizzarsi una pastorale d’insieme che voglia farsi carico di tutti gli aspetti della vita ecclesiale senza la presenza di figure ministeriali nuove e specifiche capaci di lavorare in sintonia per un progetto comune.
Naturalmente una strategia di questo tipo deve essere capace di non perdere, anzi di valorizzare in forma nuova, gli elementi positivi che ci vengono dalla tradizione ambrosiana, che fa, per esempio, delle parrocchie il luogo e lo strumento per una radicazione del Vangelo nella vita quotidiana della gente (cfr. Sinodo 47°, cap. 6) o degli oratori il riferimento di base per la cura pastorale delle giovani generazioni (cfr. Sinodo 47°, cap. 11).
Dovrà inoltre essere attenta a fare in modo che non si privi «della necessaria e specifica cura pastorale nessuna comunità parrocchiale o ecclesiale esistente» (cost. 156 § 1). La pastorale d’insieme non ha, infatti, lo scopo di accorpare per comodità servizi di base in alcuni centri privilegiati per servire più facilmente – ma anche in modo più generico e semplificato – una vasta popolazione, ma deve essere un reale “salto di qualità” capace di assicurare a ogni comunità pur piccola condizioni per coniugare insieme un’attenzione a ciascuna persona e un respiro missionario ed ecclesiale che superi le chiusure e i ripiegamenti.
Frutto della nuova strategia potrà essere anche una delineazione della pastorale d’insieme, che, nei vari livelli in cui si articola, offra la possibilità anche alle varie realtà ecclesiali di natura non parrocchiale – quali le diverse famiglie di consacrati e le associazioni e i movimenti – di entrare in sintonia tra di loro e con le comunità parrocchiali, in modo più armonioso e rispettoso dei doni di ciascuno e nella condivisione della comune ansia missionaria (cfr. quanto già affermava in proposito il Sinodo 47° in riferimento al decanato: cost. 161). …
4. Altre forme di unità pastorale
Accanto alla Comunità pastorale possono esistere, tenendo conto della vastità e della eterogeneità della nostra Diocesi, altre forme di unità pastorale (cfr. cost. 156), che facendo riferimento alla tipologia della Comunità pastorale, ne attuano gli elementi essenziali in modo analogico, attento alle situazioni locali e al loro grado di maturazione.
Una forma specifica e diffusa di unità pastorale, che talvolta si è dimostrata propedeutica per una modalità più intensa ora qualificabile come Comunità pastorale, è quella costituita dalla cura unitaria tra più parrocchie dell’ambito della pastorale giovanile, affidata a un sacerdote Incaricato per la pastorale giovanile.
Sono da considerare unità pastorali anche le modalità di coordinamento che si realizzano tra più parrocchie (ad esempio di una cittadina, di un’area omogenea, di un decanato), attraverso la presenza di un Coordinatore pastorale e di eventuali Incaricati per i diversi ambiti pastorali.
Non è riconducibile, invece, al concetto di unità pastorale la cura pastorale affidata a uno stesso parroco di più parrocchie per le quali non ci sia, neppure in prospettiva, un progetto unitario.
5. Pastorale d’insieme, unità pastorali e grandi parrocchie
… Anche le città di medie o grandi dimensioni sono chiamate a vivere una pastorale d’insieme sul piano cittadino, articolata poi nei livelli più opportuni. A Milano, per esempio, potrà esserci una pastorale d’insieme per tutta la città, alcuni decanati (compreso in particolare il Centro storico) potranno essere impostati con una conduzione pastorale più unitaria e in alcuni di essi potrà essere presente una Comunità pastorale in senso proprio.
… Occorre quindi superare, nella logica della pastorale d’insieme e della missionarietà, sia il concetto di parrocchia “autoreferenziale”, sia quello di parrocchia “monolitica” incapace di dare rilievo alle comunità eventualmente presenti al suo interno che abbiano una propria identità ecclesiale. …
6. I primi passi verso una nuova strategia pastorale
… Indispensabile deve essere anche la convinzione che la scelta di una modalità nuova di pastorale costituisce un reale “guadagno” per la qualità ecclesiale delle comunità e di coloro che ne hanno in essa la responsabilità pastorale, a partire dai presbiteri. Realizzazioni “esemplari”, soprattutto nella fase di avvio, saranno probabilmente gli strumenti più determinanti per la diffusione di tale convinzione.
L’attuazione poi di una nuova strategia pastorale che non voglia restare una mera indicazione di direzione o, ancor meno, un generico auspicio, esige di tradursi in una serie progressiva e graduale di passaggi su più fronti contemporaneamente. Occorre agire con pazienza, ma insieme con lucidità, sapendo che ogni buona acquisizione in un ambito rafforza il cammino in quello vicino.
In concreto gli ambiti da curare sono: * la formazione di una mentalità condivisa, convinta e convincente, anzitutto tra i presbiteri, i diaconi e tutti coloro che partecipano della cura pastorale delle comunità, ma anche del popolo di Dio nel suo insieme (in questo senso sarà da valorizzare come occasione particolarmente preziosa quella costituita dal rinnovo dei consigli parrocchiali e decanali previsto per l’autunno 2006); * l’analisi delle diverse situazioni (che in ciascuna zona è affidata anzitutto al Vicario episcopale e ai Decani) per arrivare poi a scelte concrete di costituzione di Comunità pastorali, che siano insieme frutto di decisioni di governo e di maturazione il più possibile condivisa dalle persone e dalle comunità interessate e che, come sopra ricordato, abbiano funzione di esemplarità e di stimolo per altre realizzazioni (potranno essere individuate all’inizio due o tre situazioni per zona a partire, per quanto possibile, da esperienze già in atto). Tale analisi deve essere attuata già in questi mesi conclusivi dell’anno pastorale 2005-2006 in modo che l’anno pastorale 2006-2007 possa vedere l’avvio di alcune realizzazioni della nuova strategia per ogni zona pastorale; * la realizzazione di condizioni strutturali (suddivisione e razionalizzazione delle sedi delle diverse attività – oratori, attività educative e caritative, ecc. –; riadattamento dei complessi parrocchiali alle nuove esigenze a cominciare dalle case canoniche; ecc.) e di vita concreta (in particolare dei presbiteri e delle altre persone chiamate a partecipare al Direttivo, compresa la questione della loro formazione ed eventuale remunerazione) che rendano possibile l’attuazione delle diverse scelte.
Un decisivo apporto a questi tre ambiti può venire dalla Commissione per la pastorale d’insieme e le nuove figure di ministerialità che, ereditando il lavoro delle due precedenti e distinte commissioni ora unite in coerenza con i principi fin qui illustrati, è chiamata a essere strumento unitario di studio, di formazione, di monitoraggio e di accompagnamento sul campo delle nuove (e anche già esistenti) iniziative.
Milano, 13 aprile 2006 - Giovedì santo
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