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: PRETI MISSIONARI PER UNA RINNOVATA PASTORALE D'INSIEME (omelia nella messa crismale del 2006) Dionigi Card. TETTAMANZI
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Ma che cos’è questo per tanta gente? Di fronte alla gente del nostro tempo – a tutti! –, l’animo del prete, se è abitato dallo Spirito di Gesù, prova un’immensa simpatia, la stessa nella quale Paolo VI, alla fine del Concilio Vaticano II, riassumeva in modo altamente poetico e mistico l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo contemporaneo. Diceva: «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione – perché tale è – dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una immensa simpatia per gli uomini lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani – e tanto maggiori sono quanto più grande si fa il figlio della terra – ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo» (cfr. Omelia Hodie Concilium, 7 dicembre 1965, in D. Tettamanzi, Vaticano II un concilio giovane, Centro Ambrosiano, Milano, 2005, pp. 269-280). Di fronte alla gente del nostro tempo – a tutti! –, la Chiesa avverte la gravissima responsabilità di compiere la missione ricevuta dal suo Signore, ma insieme riconosce l’inadeguatezza dei mezzi di cui dispone. Di questa inadeguatezza – che è strutturale e di cui dobbiamo essere coscienti sempre, in qualsiasi situazione e in ogni momento – sono segno anche la diminuzione e l’invecchiamento del clero. E ci pare, allora, di risentire, quasi uscisse dalle nostre stesse labbra, la voce delusa di Andrea, l’apostolo, in mezzo alla grande folla senza cibo: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?» (Giovanni 6, 9). Ma se i preti diventano anziani, la Chiesa rimane giovane, è sempre ricolma della fresca audacia dello Spirito. Se i preti diventano pochi, la missione però rimane universale e la Chiesa non può accettare che qualcuno – neppure uno! – sia privato del Vangelo e dell’Eucaristia, sia lasciato nell’ignoranza circa la sua vocazione e le sue responsabilità, la sua dignità e il suo destino. Dovremo pertanto offrire al Signore quel poco che abbiamo, quel poco che siamo, perché dia lui la sua benedizione e distribuisca quello che serve per saziare la fame di tutti. I momenti in cui avvertiamo più sproporzionata la nostra povertà, sono i momenti in cui dobbiamo condividere con maggiore generosità, metterci a disposizione con più coraggiosa libertà, affidarci al Signore con più lieta audacia. Arroccarci sulle difensive, aggrapparci al poco che abbiamo perché basti almeno per pochi, rinchiudere l’orizzonte della missione all’ambito circoscritto dalle nostre possibilità sono forme di ingenuità e di miopia. Sono, anzi, segno di poca fede nel Signore e nella sua potenza. Sentiamoci invece chiamati a intensificare la nostra fede e a dare slancio alla speranza cristiana. Ci sarà così più facile vedere la nostra adesione ai disegni di Dio non come un “arrendersi” o un “tirarsi indietro” per le difficoltà delle situazioni attuali, ma come un “passo in avanti” compiuto con la saggezza e il coraggio che vengono dallo Spirito. ….
Siate vigilanti! Siamo invitati a vigilare sulla tentazione di svuotare il senso di appartenenza al presbiterio e l’impegno di obbedienza espresso nell’Ordinazione presbiterale. La missione che ci è affidata è un’impresa troppo grande e una grazia troppo alta perché si possa immaginare che sia meglio viverla da soli piuttosto che insieme con il Vescovo e con i confratelli. Anche perché – come ci ricorda il Concilio Vaticano II – «tutti i presbiteri, costituiti nell'Ordine del presbiterato mediante l’Ordinazione, sono tutti tra di loro uniti da intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio Vescovo. Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini» (Presbyterorum ordinis, n. 8). E la gente, alla quale siamo mandati, è troppo importante e preziosa per il cuore di Dio perché possa essere disorientata da scelte pastorali eccessivamente legate alla sensibilità e alle idee dei singoli preti.
Siamo invitati a vigilare sulla tentazione di intendere la vita del prete come una carriera. Radicalmente diverso, in realtà, è lo stile nel quale siamo chiamati a operare nel segno della perseveranza. È quello del servizio, sull’esempio di Gesù che ha proclamato in modo inequivocabile: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Marco 10, 45). Il nostro è e deve essere un servizio ad un’unica causa, quanto mai decisiva e urgente: la causa del Vangelo da predicare ad ogni creatura e da portare in tutto il mondo (cfr. Marco 16, 15). Ne deriva che il prete è prete missionario! Questa è la splendida e piena verità, la sostanza preziosa e incancellabile dell’essere prete: le ulteriori “figure” – come l’essere vicario parrocchiale, parroco, decano, vicario episcopale e altro ancora – vanno vissute come modalità della comune dedicazione alla Chiesa locale, poiché unico è il ministero che ci è affidato in favore degli uomini (cfr. Presbyterorum ordinis, n. 8). Non siamo diventati preti né per trovare una buona sistemazione, né per aspirare a quelle forme di ministero o a quei contesti di vita pastorale che riteniamo più congeniali alle nostre aspirazioni e meno scomodi o faticosi per noi. È vero che nel nostro cammino personale di presbiteri si dà normalmente un passaggio da minori a maggiori responsabilità, a seconda della maturazione di ciascuno e dei bisogni delle comunità ecclesiali. Ma è anche vero che altre volte, per diversi motivi – l’avanzare dell’età, un giusto avvicendamento, la risposta a particolari bisogni, ecc. –, può esserci chiesto di lasciare alcune responsabilità. Sono passaggi, e gli uni e gli altri, da vedere e da vivere sempre e solo nell’ottica del servizio missionario, come modalità concreta che favorisce un migliore, più generoso e più evangelico servizio ai fratelli e all’edificazione della Chiesa.
Siamo invitati a vigilare sulla tentazione della possessività, che ci porta a legare a noi stessi, più che al Signore, la comunità alla quale siamo mandati. È vero, siamo chiamati a vivere la dimensione della paternità spirituale e pastorale, a portare nel nostro cuore tutte le persone che il Signore ci ha affidato nelle diverse stagioni del nostro sacerdozio, a condividere la stessa passione evangelica di Paolo che lo portava a farsi carico di ogni comunità, ad “affezionarsi” ai fratelli per lui divenuti così cari da desiderare di dare loro la sua stessa vita (cfr. 1 Tessalonicesi 2, 8) e, nello stesso tempo, ad avere sempre come suo «assillo quotidiano» quello della «preoccupazione per tutte le Chiese» (2 Corinzi 11, 28). Ma, insieme, siamo chiamati – sempre come l’Apostolo – a condividere la sua libertà, una libertà che di fronte alle «discordie» tra cristiani che parteggiano chi per Paolo, chi per Apollo, chi per Cefa, lo fa esclamare categorico: «Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (1 Corinzi 1, 13).
Siamo invitati a vigilare sulla tentazione della paura di non essere di nessuno, tentazione questa che ci induce ad aggrapparci a persone e a cose che ci danno sicurezza. Noi ci siamo consegnati al Signore, abbiamo fiducia nella provvidenza di Dio e siamo anche consapevoli della premura con cui la nostra Diocesi si fa carico delle necessarie attenzioni per i preti nelle loro diverse condizioni, specialmente per gli anziani e i malati. È proprio in forza della nostra totale dedicazione al Signore, solo nostro sostegno e sola nostra speranza, ed è in virtù della nostra piena e definitiva consacrazione alla missione e alle sue esigenze che, nonostante qualche comprensibile fatica che possiamo sperimentare, siamo disponibili anche a lasciare contesti in cui ci siamo trovati bene per andare là dove, a giudizio del Vescovo, è richiesta la nostra presenza per continuare la missione di annunciare il Vangelo, di celebrare i santi Misteri, di servire la gente con la carità del cuore di Cristo.
Siamo invitati a vigilare sulla tentazione di difendere come libertà quello che è solo lo spazio per scelte che ci sono più facili e che rischiano di essere arbitrarie. La vera libertà significa responsabilità e, più precisamente, responsabilità a vivere una condivisione – cordiale e concreta – delle scelte e dei cammini pastorali proposti dal Vescovo e dai suoi collaboratoti all’intera Diocesi, come pure della preghiera e talvolta della mensa. La vera libertà, da amare e da vivere, trova allora la sua radice e il suo frutto in quella “spiritualità della comunione” (cfr. Novo millennio ineunte, n. 43) che è forza di edificazione della Chiesa e preziosa testimonianza offerta al mondo.
Siamo, dunque, invitati a vigilare. Ma la vigilanza non è un atteggiamento negativo, preoccupato principalmente o solo di evitare possibili tentazioni. Vigilare è “avere cura” di ciò che si è, perché il “mistero” di ciascuno possa manifestarsi e compiersi. Per noi preti, vigilare è “custodire” la verità, la grandezza e la bellezza del nostro ministero, perché possa essere vissuto secondo le dimensioni del cuore di Cristo. È premessa e garanzia per poter “liberare” quella grazia e quella forza di fraternità sacerdotale che ci rendono parte viva di un unico presbiterio, con tutta la carica missionaria e di amore che è iscritta nella nostra identità di preti. Vigilare è, dunque, una delle condizioni indispensabili per poter vivere uno stile di ministero “sinfonico”, capace veramente di esprimere la partecipazione alla carità pastorale del presbiterio. È, questo, uno stile di ministero che già molti tra noi testimoniano con umile e amorosa dedizione, vivendo nei fatti con quella libertà, disponibilità e capacità di “lavorare insieme” che sono necessarie sempre – e oggi più che mai! – per un’azione pastorale veramente docile a ciò che lo Spirito dice in questo momento alla nostra Chiesa. Di questo stile abbiamo oggi un bisogno rinnovato e particolare. In realtà, la comune coscienza di appartenere all’unica opera del Signore e all’unica missione da lui ricevuta farà sì che la carità pastorale, per essere autentico cammino personale di santità, si lasci plasmare da un ministero pastorale comune e condiviso, favorendo così la premurosa ricerca dei modi pratici con cui il Vangelo può raggiungere ogni persona ed edificare l’intera comunità. Infatti, la convergenza delle scelte maturate insieme e la fatica serena del lavoro comune sono la forma più alta di quella comunione pastorale, che fa dire a Paolo: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere» (1 Corinzi 3, 6).
…. Una presenza nel territorio attenta ai segni dei tempi Un primo principio riguarda il rapporto tra la Chiesa e il territorio, proprio a partire e in riferimento alla missione di annunciare Gesù e il suo Vangelo. Infatti, la missione di una Chiesa locale è certamente quella di abitare come “ straniera e pellegrina” il luogo in cui vive (cfr. 1 Pietro 2, 11), ma con quel preciso modo di ascoltare, parlare e agire che ripropone lo stile di vita di Gesù, prendendosi cura delle folle perché non siano come pecore senza pastore (cfr. Matteo 9, 36). La comunità cristiana, dunque, ha il dovere di mettersi in ascolto della voce dello Spirito che – col variare dei tempi, delle condizioni di vita e delle risorse e forze a disposizione – risuona anche attraverso le specifiche e concrete caratteristiche del territorio con cui è compenetrata: si potranno così definire le modalità più adatte della presenza e azione missionaria di ogni comunità locale. È evidente che questo discernimento pastorale impegna anzitutto a operare con maggiore determinazione per realizzare quel rinnovamento pastorale della parrocchia che il nostro Sinodo 47° ha individuato secondo tre direzioni tra loro complementari: la parrocchia come luogo della pastorale ordinaria, come luogo della corresponsabilità pastorale, come luogo della dinamica missionaria (cfr. costt. 135-154). Lo stesso Sinodo ha anche ribadito con forza che «la pastorale d’insieme è esigenza connaturata con la Chiesa, quale realtà di comunione, e a tutta la sua missione e azione evangelizzatrice» (cfr. cost. 155, § 1) e che, pertanto, il riferimento prioritario alle parrocchie non deve portarle a forme di chiusura e di isolamento, quanto piuttosto spingerle a realizzare tra loro modalità di integrazione organizzativa, di condivisione di risorse e di strutture, di ministerialità condivisa, perché sia possibile un’azione pastorale che corrisponda alle necessità obiettive della missione in un determinato territorio. In questa medesima ottica, è necessario essere attenti alla diversa configurazione e alle molteplici tipologie delle parrocchie presenti nel territorio di una Diocesi vasta e articolata come la nostra. E tutto ciò lo dobbiamo fare con quella saggia e coraggiosa duttilità che ci deve condurre a individuare le forme concretamente più adatte, di situazione in situazione, per far crescere sempre più una vera e propria “pastorale d’insieme”. In qualche caso, questo potrà comportare anche il coraggio, che già il Sinodo 47° prospettava, di ridefinire i confini o di rivedere la attuale distinzione di alcune parrocchie (cfr. cost. 140, § 3). Più generalmente, richiederà di proseguire con maggiore determinazione sulla strada già intrapresa delle “unità pastorali”, anche cercando vie nuove che siano in grado di imprimere, per l’oggi e per il futuro, una “conversione”, cioè una svolta salutare, alla nostra pastorale. È sempre la stessa duttilità a chiederci di individuare e mettere in atto quelle forme diversificate di “unità pastorale” che, di caso in caso, meglio corrispondono alle necessità locali, sempre considerate anche in prospettiva futura. Tra queste forme, ce n’è una – da iniziare a sperimentare con oculatezza, ma anche con fiducia e con audacia evangeliche – che si presenta come particolarmente significativa e promettente – quasi esemplare per le altre –, perché intende realizzare in modo più pieno e intenso quella “pastorale d’insieme” che costituisce l’orizzonte e lo stile irrinunciabile di tutta la nostra azione ecclesiale e che, quindi, deve abbracciare ogni articolazione territoriale della Diocesi (zona, decanato, città e cittadine, aree omogenee, …). Si tratta della “comunità pastorale”, intesa come forma di “unità pastorale” tra più parrocchie affidate a una cura pastorale unitaria e chiamate a vivere un cammino condiviso e coordinato di autentica comunione, attraverso la realizzazione di un concreto, preciso e forte progetto pastorale missionario. Non va comunque mai dimenticato l’obiettivo fondamentale e irrinunciabile cui deve tendere una attenta lettura e interpretazione dei segni dei tempi con riferimento al territorio. È l’obiettivo di servire meglio alla vita di fede delle persone, all’edificazione della comunità ecclesiale e alla presenza missionaria dei cristiani nel mondo. In tal senso, occorre operare una distinzione tra i gesti pastorali che edificano la comunità (la Parola, i Sacramenti, il servizio della carità) e le attenzioni pastorali da mettere in atto per venire incontro alle persone nella diversa situazione di vita di ciascuno e in ordine alla loro presenza e azione nella Chiesa e nella società (famiglie, giovani, lavoro, scuola, cultura, caritas, sanità, missioni, ecc.). Sul primo versante, proprio perché sono costitutivi della comunità, i gesti propri dei ministeri della Parola, della liturgia e della carità non possono essere continuamente moltiplicati al solo scopo di rispondere ai numerosi e pur legittimi bisogni religiosi delle persone, ma vanno compiuti, nella quantità e nella qualità, in modo tale da essere davvero al servizio dell’edificazione di un’autentica comunità missionaria. Sul secondo versante, il servizio pastorale alla vicenda spirituale delle persone dovrà normalmente prevedere feconde collaborazioni tra le parrocchie vicine, dentro un sapiente e forte spirito di “pastorale d’insieme” e secondo una “regia” del ministero pastorale dei preti con il loro responsabile. Così l’impostare l’azione pastorale tenendo presenti le “sfide” che ci vengono dal territorio sarà frutto di un paziente e insieme coraggioso “discernimento comunitario” sempre più condiviso e capace di coinvolgere tutto il popolo cristiano secondo le diverse vocazioni e condizioni di vita: i presbiteri anzitutto e, insieme con loro, i diaconi, le persone consacrate, i fedeli laici. All’interno di questo autentico cammino di Chiesa, la responsabilità ultima di tale discernimento è quella del Vescovo con i suoi più diretti collaboratori. Infine, la stessa capacità di leggere la realtà del territorio, sempre in ordine alla missione da svolgervi, richiede una grande libertà spirituale, che ci porti a superare la tentazione di difendere quanto pastoralmente è più “comodo” e più “tradizionale” e che ci impedisca di chiudere gli occhi sulle molte persone che una simile prassi pastorale non riesce a raggiungere, sulle molte situazioni che rischiano di essere ignorate, sulle sfide di una società sempre più frammentata, indifferente e scristianizzata. Di questa grande libertà spirituale abbiamo tutti bisogno, qualunque sia il contesto in cui viviamo e la configurazione della nostra attività pastorale: nella singola “parrocchia” come in ogni forma di “unità pastorale”, nella “comunità pastorale” come nel “decanato”. Questa libertà spirituale ci proibisce di fermarci alla conservazione e gestione dell’esistente e ci impegna, piuttosto, a rinnovare radicalmente la nostra azione pastorale, “armonizzando” tra di loro conservazione e innovazione (cfr. Mi sarete testimoni, n. 37). Senza questa libertà, la nostra azione e le nostre strutture pastorali non potrebbero davvero prendersi cura, con autentico animo missionario, di tutte le persone che vivono sul nostro territorio, la fede non potrebbe diventare accessibile a tutti entro le condizioni della vita quotidiana e i diversi aspetti e ambiti dell’esistenza sarebbero più difficilmente interpretati, animati e vissuti alla luce del Vangelo. Come ho scritto nel Percorso pastorale diocesano: «Non possiamo accontentarci di continuare a fare come abbiamo sempre fatto, senza domandarci se lo Spirito di Dio – attraverso le vicende della storia e la concretezza delle situazioni in cui viviamo – non ci indichi di intraprendere strade nuove, nel segno della vera prudenza e del coraggio. In questo senso, una “semplice pastorale di conservazione”, oltre a essere sterile, si dimostra irresponsabile e oggettivamente “peccaminosa”, perché sorda, se non addirittura ostile, alla voce di Dio e alla sua chiamata» (Mi sarete testimoni, n. 7).
Una condivisione ordinata delle responsabilità ministeriali Il ministero ordinato e le diverse forme di ministerialità laicale sono a servizio della missione nel loro insieme, anzi proprio la condivisione dei doni di ciascuno per l’utilità comune (cfr. 1 Corinzi 12, 7) è l’emergere di quella comunione che è il principio e la forza della missione. Anche per questa condivisione dei doni, la storia della Chiesa registra molteplici e diverse forme di attuazione. L’interpretazione del tempo presente suggerisce di configurare una forma di condivisione che, per quanto è possibile, renda più evidente la comunione e più facile il coordinamento di tutte le “energie” disponibili per attuare gli orientamenti che il Vescovo indica e che devono tradursi nella prassi pastorale locale. In un determinato territorio la configurazione di un presbiterio guidato da un “responsabile”, con la simultanea attenzione a suscitare e valorizzare in un’ottica di comunione-collaborazione-corresponsabilità diverse forme di ministerialità (diaconi, persone consacrate e fedeli laici), è la forma più adatta per assicurare una presenza di un numero di preti che corrisponda veramente alle necessità delle comunità, per rendere efficace la condivisione dell’attività pastorale e per valorizzare le attitudini dei singoli a servizio dell’intera comunità. Questa configurazione dà origine a un “direttivo pastorale”, cui è affidata la conduzione di ciascuna “comunità pastorale”. Ne segue che i preti, qualunque sia la responsabilità che viene loro affidata – siano essi parroci o non lo siano, siano “responsabili” di una “comunità pastorale” o no – sono chiamati a coltivare in modo sempre più nitido, convinto e gioioso la consapevolezza di essere parte viva e preziosa di un unico presbiterio, che condivide con il Vescovo e con gli altri presbiteri la missione affidata dal Signore Gesù ai suoi apostoli. Ne segue anche una benefica sollecitazione a vivere e a interpretare lo specifico “ministero della presidenza” proprio del parroco in un’ottica sempre più autentica di comunione-collaborazione-corresponsabilità con tutti gli altri carismi e ministeri presenti e operanti nella comunità cristiana, come peraltro già sottolinea il nostro Sinodo 47° (cfr. costt. 142, § 4; 144, § 2). Non c’è dubbio, infatti, che la figura del “parroco”, ben definita nella storia e nel diritto canonico, ha rappresentato un punto di forza significativo soprattutto per una pastorale prevalentemente circoscritta alla parrocchia. Non possiamo però non riconoscere che l’esercizio concreto di questo ministero, nello svolgimento dei compiti che vi sono connessi, può esporre il parroco stesso – come a volte è accaduto e accade – ad alcuni rischi, quali ad esempio: un’autonomia tentata di diventare isolamento, una discutibile concentrazione di responsabilità e di “poteri”, un eccessivo arbitrio decisionale. La condivisione del ministero in un “direttivo pastorale” può rendere più lieve la responsabilità e più oculate le scelte. Favorirà una dedizione più libera e lieta al servizio della Parola, alla celebrazione dei santi Misteri, alla cura per una comunità e per ogni suo settore. Faciliterà il ministero dei preti giovani che compiono il loro “apprendistato” in un contesto più comunitario. Renderà apprezzabile il ministero dei preti anziani che, liberi da oneri istituzionali, potranno mettere a disposizione la loro sapienza e santità. Assicurerà maggiormente la continuità della conduzione pastorale anche nell’inevitabile modificarsi nel tempo della composizione del direttivo. Tutto questo la condivisione del ministero in un “direttivo pastorale” può favorirlo e sollecitarlo. Ma non lo può garantire. Perché tutto ciò diventi realtà, c’è bisogno di qualcosa di più radicale, di qualcosa che ci chiama tutti in causa. C’è bisogno di coltivare in ciascuno di noi e nelle nostre comunità ecclesiali quella genuina, ricca e articolata «spiritualità della comunione», che l’amato papa Giovanni Paolo II ci ha indicato come una delle “sfide” fondamentali all’inizio di questo terzo millennio (cfr. Novo millennio ineunte, n. 43). Nella consapevolezza che – come scriveva lo stesso papa Wojtyla – «senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (ivi).
Il coraggio della prudenza evangelica nella transizione Passando ora alle decisioni pastorali che si devono prendere, ricordiamo che il loro autentico principio ispiratore non può essere se non il desiderio di essere docili allo Spirito e obbedienti al Signore Gesù. Ed è lo stesso principio per operare quel discernimento comunitario e gerarchico che conduce alle decisioni. Queste decisioni, anche se scaturite dal discernimento, non possono pretendere di essere infallibili o incontrovertibili, per il semplice fatto che sono storicamente determinate. Tuttavia esigono di essere prese e di essere condivise e sostenute dalla comunità, in particolare da tutto il presbiterio, per il bene della missione della Chiesa. Certo, occorre la prudenza evangelica. Ma questa – non lo si dimentichi! – è una “virtù” e, dunque, una forza spirituale, un’attitudine interiore segnata dal coraggio. Al riguardo è interessante l’insegnamento di san Tommaso circa quelle che egli chiama le “parti integranti” della prudenza, tra cui annovera la solertia. Questa è la sollecitudine nell’affrontare i problemi nuovi e inattesi con lucidità, dominio di sé, prontezza, realismo; è la capacità creativa che sa rispondere in modo nuovo e valido alle situazioni impreviste. La prudenza, allora, non può essere confusa con l’inerzia, la pigrizia, la nostalgia, l’arroccamento nei “privilegi”. La prudenza evangelica autentica è quella che consente allo Spirito di animarci con il suo fuoco ardente e con il suo inarrestabile dinamismo missionario. In concreto, nel mettere in atto le indicazioni che abbiamo elaborato, si dovrà procedere con la necessaria gradualità e con la doverosa attenzione alle persone, come pure alle condizioni concrete che rendono realizzabile l’impostazione decisa e proposta. In particolare, la giusta gradualità è quella che procede mettendo in atto i singoli provvedimenti e le concrete decisioni secondo la logica del disegno inteso nella sua globalità e unità. Non è rimandare continuamente le decisioni, ma prepararne l’attuazione con le modalità più opportune ed efficaci. Questa preparazione – che è condizione fondamentale e insostituibile per la rinnovata strategia pastorale – deve coinvolgere l’intero popolo di Dio, e in concreto i Decanati e le singole comunità parrocchiali. Ad un titolo specifico, però, deve coinvolgere anzitutto i preti: sono loro i primi chiamati ad assumere con determinazione, libertà e gioia le decisioni del Vescovo, condividendo con lui la responsabilità per la missione.
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